Sguardi e viandanti: l’accoglienza medievale

Dopo aver attraversato le terre insidiose della Galizia ed aver imparato a riconoscere le “acque tossiche” del Salar de Castro, il pellegrino del XII secolo cercava una sola cosa: la luce ed il calore di un focolare.

Ma nel Medioevo entrare in una locanda o in un ospizio non era solo trovare un letto; era immergersi in un’esperienza umana che avrebbe cambiato per sempre la percezione di sé.

In questo quarto episodio del nostro viaggio attraverso il libro “Viaggiare nel Medioevo”, esploriamo come l’ospitalità del passato possa insegnarci l’apertura mentale nel presente.

Hospes venit, Christus venit”: Il sacro dovere di accogliere

Nel cuore della cultura medievale risuonava una regola potente: “Hospes venit, Christus venit” (Arriva l’ospite, arriva Cristo).

Il viandante non era visto come un potenziale pericolo, ma come una figura sacra.

L’ospitalità era un dovere morale prima che commerciale. Negli ospizi monastici, il rito del lavaggio dei piedi ai pellegrini ricordava che ogni incontro con lo straniero era un’occasione di elevazione spirituale. Tuttavia, la realtà delle locande era spesso meno mistica e molto più caotica: luoghi affollati, fumo, lingue diverse che si intrecciavano e personalità diametralmente opposte che si ritrovano a dividere lo stesso pezzo di pane.

La locanda: Il primo “social network” della storia

Se il sentiero era il luogo della solitudine e della riflessione, la locanda era il luogo della contaminazione.

Qui, il cavaliere sedeva accanto al contadino, il mercante fiammingo ascoltava le storie del monaco italiano. Era in questo spazio limitato che accadeva la magia del viaggio: lo scontro con la diversità.

Incontrare lo “strano”, il “poco familiare” o il “nuovo” ci scuote profondamente. Ci costringe a mettere in discussione le nostre certezze e a vedere il mondo con occhi che non sono i nostri. Nel Medioevo, la locanda era il catalizzatore di questa trasformazione.

L’altro come “levatrice del pensiero”

Riprendendo il pensiero di Alain de Botton, gli incontri che facciamo lungo la strada agiscono come vere e proprie “levatrici del pensiero”. Perché?

  • L’assenza di pregiudizi: lo sconosciuto non conosce il nostro passato. Davanti a lui, possiamo essere chiunque, permettendoci di esplorare parti della nostra identità che a casa restano sopite.
  • Lo specchio della soggettività: vedere come vive, prega o mangia una persona di una cultura lontana ci insegna che i nostri valori non sono universali, ma scelte.
  • Il viaggio stimola il pensiero non solo attraverso il paesaggio, ma soprattutto attraverso i dialoghi interiori che nascono dopo aver parlato con qualcuno di completamente diverso da noi.

Conclusione

Il filo conduttore di questa serie che ho individuato leggendo il libro “Viaggiare nel Medioevo”, si fa sempre più chiaro.

Siamo partiti dalla soggettività della scrittura di viaggio, abbiamo imparato la prudenza con il Codex Calixtinus, abbiamo affinato il discernimento davanti ai pericoli.

Ora, arriviamo al cuore pulsante di ogni cammino: l’umanità.

Il viaggio non è fatto solo di strade, ma di persone che diventano specchi della nostra anima,intimi.

Portiamo con noi i nostri bisogni e i nostri limiti, ma è solo nell’apertura verso l’altro che troviamo la vera libertà.

al prossimo racconto..

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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