Il pettine ed il vento del Changthang: racconto dei nomadi Changpa del Ladakh

La vita di Ama e la migrazione annuale sull’altopiano del Changthang, dove nasce la preziosa lana Pashmina.

​L’aria pungente dell’altopiano del Changthang, in Ladakh, portava già il presagio del gelo imminente.

​All’alba, le tende nere di yak, i rebo, erano già in parte smontate, ridotte a cumuli di stoffa pesante e pali. Era il giorno della migrazione verso i pascoli più bassi, e la vita dei Changpa, i nomadi del Ladakh, si condensava in quel brusio ordinato di preparativi.

​Ama: Il Rituale Quotidiano prima del Viaggio

​Seduta sulla nuda terra, protetta solo dal suo pesante goncha foderato e dalle montagne che sembravano vegliare sull’eternità, c’era lei, Ama. I suoi anni erano scolpiti come fenditure profonde sul volto, una mappa del vento, del sole e delle bufere che aveva attraversato.

​In mano stringeva un piccolo pettine di legno, consumato da decenni di utilizzo. I suoi capelli, neri come la lana dello yak ma striati d’argento, erano lunghi. Il gesto di pettinarsi non era vanità, ma un rituale, una preparazione all’essere esposta al mondo, un modo per districare non solo i nodi della chioma, ma forse anche quelli dell’anima prima di affrontare l’ennesimo sentiero.

​Ad ogni strattone lento, i fili si liberavano. Erano come la storia del suo popolo: lunghi, intrecciati al destino delle loro capre Pashmina, eppure pronti a sciogliersi e a fluire nella prossima direzione. Il suono secco del pettine che scorreva era l’unico rumore che copriva il belato lontano delle capre, già radunate e ansiose di mettersi in marcia.

​La Pashmina: La Vera Ricchezza del Changthang

​Ama sapeva che ogni arricciatura di quel pettine era un legame con la loro vera ricchezza: il vello sottile, quasi invisibile, che le capre avrebbero lasciato cadere e che sarebbe stato raccolto per diventare lo scialle Pashmina più caldo del mondo. I suoi figli e i figli dei suoi figli vivevano su quel filo, su quel ciclo di movimento tra i 4.000 e i 5.000 metri.

​Quando ebbe finito, raccolse le lunghe ciocche in una treccia stretta e la fissò con un gioiello d’argento e turchese, un dono di nozze del suo defunto marito. Alzò gli occhi, ormai limpidi e pronti, verso l’orizzonte dove si muoveva la polvere sollevata dalla testa del gregge. Il vento si fece più forte, sferzandole il viso, ma Ama non si mosse.

​Si alzò lentamente, afferrò un fardello e si incamminò. La sua espressione, un attimo prima concentrata nella quiete del pettine, era ora quella della persona dura e decisa.

​Ama era pronta a portare sulle spalle non solo i suoi averi ma il peso e la bellezza di una tradizione millenaria, seguendo il ritmo dei suoi animali, verso un pascolo che era ancora solo una promessa lontana. Per i nomadi del Ladakh, la vita è un viaggio ininterrotto, dettato dalle esigenze delle capre.

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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