I signori del vento: le danze sacre nei gompa e l’addio al piccolo Tibet

Viaggio nel tempo: il Ladakh negli archivi del National Geographic (Parte IV)

Dopo aver esplorato i vicoli del bazar e la vita domestica all’ombra del Palazzo Reale, la spedizione del 1950 si spinse oltre le mura dell’oasi per salire verso i santuari abbarbicati sulle creste rocciose dell’Indo.

Con questo quarto capitolo dedicato al Ladakh National Geographic 1951, giungiamo al cuore mistico del reportage originale di Enakshi Bhavnani e agli scatti a colori più celebri realizzati da Volkmar Wentzel.

Rileggere le pagine conclusive del fascicolo del Ladakh National Geographic 1951 significa assistere al primo vero incontro documentato tra la fotografia moderna occidentale e i complessi rituali del buddismo tibetano d’alta quota, prima che il turismo di massa e i festival d’intrattenimento ne lambissero le corti interne.

La salita ai monasteri: Spituk, Phyang e l’enclave di Hemis

I gompa non erano semplici luoghi di preghiera, ma autentiche fortezze monastiche e centri nevralgici dell’amministrazione feudale della vallata.

La carovana dei Bhavnani risalì i costoni aridi per visitare prima Spituk, sentinella arroccata su una rupe che domina la piana alluvionale dell’Indo, poi Phyang, con le sue sale buie illuminate da lampade a burro di yak, fino a spingersi verso la gola nascosta di Hemis, il monastero più ricco e appartato dell’ordine Drukpa Kagyu.

Nelle cronache di Enakshi emerge la suggestione fisica di quegli ambienti: scale ripide in legno levigate da secoli di passi scalzi, affreschi murali che emergevano dalla penombra raffigurando divinità irose, ruote di preghiera azionate dalla corrente dei ruscelli e grandi biblioteche monastiche custodi dei preziosi testi sacri (Kangyur e Tengyur), avvolti in sete broccate e serrati tra tavolette di legno intagliato.

Il mistero dei Chams: le danze sacre in maschera

Il culmine visivo del viaggio fu la partecipazione alle grandi feste monastiche e alla celebrazione dei Chams, le sacre danze in maschera eseguite dai monaci officianti.

Nei cortili lastricati di pietra, mentre l’aria rarefatta vibrava al suono profondo e tellurico dei lunghi corni di rame (dungchen), al rimbombo cadenzato dei tamburi (nga) e allo squillo acuto delle conchiglie rituali, i danzatori facevano il loro ingresso trasformandosi nelle divinità guardiane della dottrina (Dharmapala).

I costumi erano un trionfo di sete pesanti, broccati cinesi intessuti d’oro e collane di perle d’osso umano; sul capo, pesanti maschere di legno dipinto raffiguravano volti terrifici sormontati da corone di teschi, con il terzo occhio della saggezza spalancato sulla fronte.

Enakshi comprese e descrisse con lucidità la funzione profonda di quei balli: non una messinscena folcloristica per spettatori, ma un rigoroso rituale tantrico di purificazione e meditazione in movimento.

I monaci incarnavano le forze cosmiche per sottomettere le illusioni dell’ego, scacciare gli spiriti negativi e preparare le anime dei contadini e dei carovanieri presenti ad affrontare le visioni e le paure del Bardo, lo stato intermedio tra la morte e la rinascita.

Lo sguardo di Volkmar Wentzel: Kodachrome tra fumi di ginepro

Fu proprio durante queste celebrazioni che il lavoro fotografico di Volkmar Wentzel raggiunse vette straordinarie.

Lavorando in condizioni estreme — con la polvere dell’altopiano che minacciava le lenti e la luce tagliente dell’Himalaya che creava contrasti feroci — il fotografo del National Geographic riuscì a catturare il movimento roteante dei monaci con le prime pellicole Kodachrome.

I colori saturi dell’archivio del 1951 ci restituiscono il contrasto irripetibile tra il blu cobalto del cielo tibetano, l’ocra spento della pietra nuda e l’esplosione cromatica delle maschere gialle, rosse e azzurre.

Immagini che fecero il giro del mondo, mostrando per la prima volta a un vasto pubblico internazionale un patrimonio spirituale fino ad allora celato dietro le barriere naturali dei ghiacciai.

Il commiato e la via del ritorno

Concluse le cerimonie, la carovana dovette fare i conti con l’avvicinarsi dell’autunno montano.

L’aria si faceva di giorno in giorno più pungente e le prime nevicate sulle creste del Ladakh Range avvertivano i viaggiatori che i valichi per il Kashmir non sarebbero rimasti aperti a lungo.

Il rientro verso Srinagar ripercorse la medesima traccia polverosa, ma con la consapevolezza di aver assistito a un equilibrio millenario prossimo al cambiamento.

Nei taccuini di Enakshi, le ultime miglia sono segnate dalla gratitudine per la generosità di un popolo che viveva con poco, pago della propria fede e radicato in una terra dura ma luminosa.

Ieri & Oggi: il destino dei festival e la sopravvivenza del sacro

Rileggendo oggi le cronache conclusive sul Ladakh National Geographic 1951, il confronto con il presente tocca le corde più delicate dell’identità himalayana.

Nel 1950 le danze nei cortili di Spituk o Hemis raccoglievano unicamente la comunità locale: contadini scesi a piedi dai villaggi più remoti con le loro provviste di tsampa, famiglie riunite sui tetti delle celle monastiche e carovanieri in sosta, uniti da una partecipazione emotiva e rituale genuina, priva di mediazioni esterne.

Oggi, durante i festival estivi, i cortili lastricati dei medesimi gompa vengono presi d’assalto da migliaia di viaggiatori, troupe televisive e lunghi teleobiettivi da tutto il pianeta, tanto che i monasteri hanno dovuto allestire tribune metalliche e corridoi transennati per gestire la folla.

Eppure, per chi ha la fortuna di frequentare questi luoghi anche al di fuori della stagione turistica o durante i rigidi festival invernali, si avverte con chiarezza che il cuore di quel mistero non è andato perduto: quando l’eco sorda del corno rituale comincia a rimbalzare contro le pareti rocciose e il fumo di ginepro avvolge i cortili, il tempo torna a contrarsi, ricordandoci che la sacralità del Piccolo Tibet resiste, ostinata e silenziosa, al trascorrere dei decenni.

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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