Episodio 2 | Alle porte dell’Egitto: Chi è davvero l’uomo che seguo?

Il cammino verso l’Egitto è un esercizio di pazienza. Le giornate si misurano nel battito ritmico degli zoccoli sulla terra arida e nel mutare delle ombre sulle dune. Mentre Tangeri diventa un ricordo sbiadito e l’orizzonte si apre verso oriente, il silenzio della carovana viene interrotto solo dal vento.

È proprio in questi momenti di sospensione che ho iniziato a cercare l’uomo dietro la figura solenne del viaggiatore. Ibn Battuta non è solo un compagno di strada; è un enigma che volevo decifrare.

Un destino scritto nella Legge: la stirpe dei Luwata

Affiancando il mio asino alla sua cavalcatura ho deciso di rompere il ghiaccio. Gli ho chiesto delle sue radici, di quella Tangeri che aveva abbandonato con tanta fermezza. Ibn mi ha guardato con la serietà di chi porta sulle spalle secoli di tradizione.

“Vedi, Arrico,” mi ha spiegato con voce calma, “il mio nome completo è Abu Abdallah Muhammad, ma per tutti sono Ibn Battuta. La mia famiglia non appartiene alla terra, ma alla conoscenza. Siamo Berberi della nobile stirpe dei Luwata. A Tangeri, il nome della mia casata è sinonimo di giustizia da generazioni. Mio padre, i miei zii, i miei avi… sono stati tutti Qadi.”

Alla mia espressione interrogativa, ha sorriso, raddrizzando la schiena sulla sella.

“Un Qadi non è semplicemente un giudice come lo intenderesti tu. È un custode della comunità, colui che porta l’ordine di Dio tra le dispute degli uomini. Fin da piccolo, la mia casa è stata un tempio di libri e pergamene. Ho studiato duramente per onorare questa tradizione, seguendo i precetti della scuola malikita. È una dottrina rigorosa ma profondamente legata alla realtà pratica della gente. Ma mentre i miei parenti hanno trovato la loro missione restando fermi nei tribunali di Tangeri, io ho sentito che la mia ‘giustizia’ doveva farsi cammino.”

L’impulso del cuore: l’uccello che lascia il nido

“Ma cosa spinge un giovane di ventidue anni,” gli ho chiesto, “a lasciare una carriera sicura e l’affetto dei genitori per un’incognita così grande? Sei partito con una carovana carica di merci?”

Ibn Battuta ha stretto le redini, lo sguardo fisso verso un punto invisibile oltre la sabbia.

“No, Arrico. Sono partito solo. Senza un compagno con cui scambiare una parola, né una carovana a cui unirmi. È stato un ‘impulso sovrastante’ a spingermi fuori da quelle mura il 14 giugno del 1325. Nelle mie memorie scriverò di quel momento con dolore: ero come un uccello che lascia il nido mentre i genitori sono ancora in vita. È stato un distacco atroce, un peso che porto nel petto ogni volta che il sole tramonta dietro di noi. Ma il richiamo della Mecca è più forte della nostalgia.”

La Mecca: il centro di gravità

“Perché proprio la Mecca, Ibn? Non potevi studiare al Cairo e poi tornare?”

“Il pellegrinaggio, il Hajj, è il cuore di tutto. Per ogni musulmano è un dovere, ma per un cercatore è la risposta a ogni domanda. La Mecca è il centro del mondo, il luogo dove ogni lingua e ogni colore si fondono in un’unica preghiera. Sento che solo lì potrò capire chi sono davvero e se il sapere che ho appreso sui libri ha un valore reale nel mondo degli uomini.”

Verso il Cairo: la Prova del Fuoco

Mentre parlavamo, l’aria iniziava a cambiare. L’aridità del deserto lasciava spazio a un’umidità nuova, l’odore dell’acqua dolce e della terra fertile che solo un grande fiume può generare.

“E ora, la ‘Madre del Mondo’. Cosa ti aspetti dal Cairo?”

“Il Cairo, o come la chiamiamo noi, Misr, è la Porta del Mondo,” ha risposto con un lampo di eccitazione negli occhi. “È il cuore del Sultanato Mamelucco, un oceano di persone dove i più grandi dotti della terra si riuniscono. Per un giovane Qadi di provincia come me, il Cairo è la prova del fuoco. Lì dovrò dimostrare che il mio intelletto è all’altezza dei giganti. E poi, Arrico, c’è il Nilo… dicono sia uno dei fiumi del Paradiso. Dobbiamo imparare la lezione della civiltà egiziana, la sua maestosità e la sua resilienza, prima di affrontare l’odissea che ci aspetta.”

Riflessioni dall’ombra

Ascoltandolo ho capito che Ibn Battuta sta cercando un equilibrio impossibile: la stabilità incrollabile della sua fede e la pace inquieta del movimento perenne. In lui convive il rigore analitico del giudice e la fragilità di un ragazzo che ha strappato le proprie radici per trapiantarle nel mondo intero.

Mentre le prime luci del tramonto tingono d’oro le cupole lontane di una città che sembra non finire mai, io, Arrico, mi rendo conto di essere al fianco di un uomo che non sta solo viaggiando, ma sta riscrivendo la geografia dell’anima. Il Cairo ci aspetta, con il suo caos e la sua promessa di eternità.

Nota sull’Autore

Enrico Guala è un comunicatore e viaggiatore,appassionato di montagna,fotografia e storia medioevale, autore del progetto blog Life’s a Journey www.enricoguala.it . Il suo alter ego è Arrico, viaggiatore come lui ma..nel medioevo.

La sua esperienza nel mondo dell’editoria di viaggio lo ha visto collaborare come autore per Lonely Planet (edizione 2006 India del Nord) e pubblicare le guide Ladakh: tra Terra, Cielo e Gompas e Ladakh & Zanskar per la casa editrice La Memoria del mondo.

References

  1. Erich Follath, Al di là dei confini
  2. Ibn Battuta, I Viaggi (Rihla)

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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