Episodio 6: I Fantasmi di Baghdad e il risveglio della persia

In precedenza: Il Respiro della Mecca (1326-1327)

Nell’ultimo episodio, abbiamo vissuto l’anno di Arrico e Ibn Battuta come Mujawir (pellegrini residenti) alla Mecca. Tra la polvere dorata del deserto e lo studio sotto i portici della Grande Moschea, i nostri protagonisti hanno trovato una pace profonda. Ma nel novembre del 1327, il richiamo della strada è tornato a farsi sentire, spingendoli a unirsi alla carovana dell’Emiro dell’Iraq per attraversare il deserto verso terre dove la storia è scritta nel fango e nella seta.

Oltre il guscio protettivo della Mecca

Lasciare la Mecca fu come uscire da un guscio protettivo. Il silenzio della preghiera venne sostituito dal frastuono della carovana dell’Iraq: un esercito in movimento di quattromila cammelli, grida in dieci dialetti diversi e il battito dei tamburi che segnavano le tappe. Io, con i miei sessantadue anni e le ossa che iniziano a risentire dell’umidità della sera, cavalcavo accanto a un Ibn Battuta mai così vibrante. Stavamo entrando nei domini dell’Ilkhanato, dove la furia mongola si era ormai fusa con la sapienza persiana.

Il Santuario di Ali: Oro e Silenzio a Najaf

La nostra prima sosta fondamentale fu Najaf, una città che pareva sorgere dal nulla come un miraggio di pietra chiara. Il cuore di Najaf è il Mausoleo di Ali ibn Abi Talib, un luogo che all’epoca era uno dei vertici dell’architettura e dell’oreficeria islamica. Entrammo attraverso porte monumentali rivestite di pesanti placche d’argento massiccio, un dettaglio che Ibn Battuta annotò con stupore nei suoi diari. All’interno, le pareti erano un mosaico infinito di piastrelle colorate che catturavano la luce delle lampade a olio, creando un riverbero che pareva divino.

Il sarcofago centrale era protetto da una grata d’oro puro, coperta da drappi di seta finissima ricamati con versetti coranici. Mi colpirono i tappeti di seta persiana, così soffici che il passo si perdeva nel silenzio della devozione. Fu qui che assistemmo alla “Notte della Vita” (Laylat al-Mahya): vidi centinaia di fedeli dormire all’interno del recinto sacro, in attesa di un segno o di una guarigione. Io restai nell’ombra di una colonna, toccando la conchiglia che porto al collo, percependo come la forza spirituale di quel luogo fosse densa quanto il profumo di muschio e incenso che impregnava l’aria.

Shiraz: La Città dei Poeti e dell’Acqua Dolce

Attraversammo il confine invisibile tra il mondo arabo e quello persiano per giungere a Shiraz, e fu come se la natura stessa decidesse di cambiare registro. Non c’era più la severità brulla dell’Iraq; qui, l’aria profumava di rose rampicanti e zenzero. Shiraz ci accolse con un sussurro di acque correnti, come quelle del celebre ruscello Ruknabad, un canale di acqua dolce che Ibn Battuta esaltava per la sua purezza leggendaria. Bevemmo quell’acqua che restava gelida nonostante il sole diurno e passeggiammo tra i giardini dove le tombe dei poeti, come quella di Sa’di, erano diventate luoghi di pellegrinaggio laico, circondati da cipressi altissimi che parevano dita puntate verso il cielo.

Ma ciò che più mi scaldò il cuore fu l’incontro con le confraternite dei Futuwa. Questi giovani, che Ibn Battuta descrisse come nobili nell’animo, ci trattarono con una cortesia che rasentava la venerazione. In una locanda di mattoni cotti, ci offrirono pane caldo, frutta colma di succo e storie di antica cavalleria persiana. Le donne di Shiraz si muovevano con un’eleganza fiera, spesso con i volti scoperti, vestite di sete turchesi e cremisi che brillavano sotto i portici del bazar. In quella città, imparai che la civiltà non si misura solo con la forza delle spade, ma con la grazia con cui un popolo si prende cura della propria bellezza.

Baghdad: La Maschera di Seta del Gran Khan

Infine, raggiungemmo Baghdad, la “Regina del Mondo” che portava ancora sul volto le cicatrici del sacco del 1258. Attraversammo il Tigri su un ponte di barche oscillante, sentendo il fiume scorrere potente sotto i nostri piedi. Ibn Battuta mi raccontò di come, settant’anni prima, l’acqua fosse diventata nera per l’inchiostro dei manoscritti gettati nel fiume e rossa per il sangue dei suoi martiri. Eppure, Baghdad restava imponente, divisa in quartieri che sembravano nazioni a sé, con le loro grandiose madrase come la Mustansiriya, le cui mura resistevano come bastioni di conoscenza tra le macerie.

Vidi il Sultano Abu Sa’id, l’ultimo grande Ilkhan mongolo, entrare in città con la sua corte itinerante, la Mahalla. Non era una semplice carovana, ma un’intera città di seta e pelli che respirava al ritmo dei tamburi. Vidi tende grandi come palazzi e moschee itineranti montate con una precisione millimetrica. Abu Sa’id incarnava il paradosso del suo tempo: discendente dei distruttori delle steppe, era un uomo di straordinaria bellezza, colto, amante della musica e lui stesso compositore. Lo osservai da lontano mentre sedeva sul suo trono dorato portato da elefanti bardati di velluto scuro. In quel corteo, Baghdad mi parve una nobile decaduta che indossava una maschera di lusso per nascondere il vuoto lasciato dalla distruzione. Eravamo testimoni dell’ultimo bagliore di un impero che, di lì a pochi anni, si sarebbe dissolto nel caos, lasciandoci ancora una volta soli sulla strada verso l’ignoto dell’India.

Il peso della strada: Il pensiero di Arrico

“Sessantadue anni. A questa età, molti dei miei coetanei tra le nebbie di Avignone o tra i canali di Venezia siedono accanto al fuoco a contare i rimpianti e a maledire l’umidità nelle ossa. Io, invece, mi ritrovo a contare i passi ritmici di elefanti bardati d’oro e a respirare il fumo di incensi che sanno di mondi che la mia gente crede abitati solo da mostri.

In Persia ho imparato una verità che mi fa tremare: la bellezza è una forma di resistenza. Ho visto Baghdad, ferita a morte dai Mongoli, rialzarsi non con le spade, ma con la musica e la poesia di un Sultano che preferisce il liuto alla scimitarra. Mi chiedo spesso cosa penserebbero i miei fratelli in Europa se vedessero questa ‘barbarie’ fatta di giardini, biblioteche e una cortesia che rende ogni straniero un fratello.

Il mio corpo è segnato dal sole e dal vento, la mia pelle somiglia ormai alle pergamene che Ibn Battuta consulta ossessivamente, ma il mio spirito non è mai stato così leggero. Lasciamo l’Iraq con il cuore colmo di riflessi d’argento e l’anima stordita dal profumo di Shiraz. Davanti a noi si apre l’abisso dell’India. Non so se le mie gambe mi porteranno fin là, ma so che i miei occhi hanno già visto abbastanza meraviglia da riempire tre vite. Il viaggio non è più una fuga, ma un continuo ritorno a una casa che non ha mura, se non l’orizzonte stesso.”

Nota per il lettore: Le date e gli incontri descritti, compreso il dettaglio della Mahalla del Sultano Abu Sa’id, sono fedelmente tratti dal resoconto storico di Ibn Battuta del 1327. Arrico è il nostro testimone immaginario di una realtà che ha superato ogni fantasia medievale.

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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