Verso il «Piccolo Tibet»: la spedizione del 1951 attraverso l’Himalaya prima delle strade

Quando oggi affrontiamo la rotabile tra Srinagar e Leh a bordo di un fuoristrada o atterriamo all’aeroporto militare di Leh, compiamo in poche ore un tragitto che per secoli ha richiesto settimane di fatica, isolamento e totale dipendenza dalla natura.

Nel maggio del 1951, quando il National Geographic Magazine pubblicò il reportage «A Journey to “Little Tibet”», il turismo nell’alto bacino dell’Indo era, a dir poco, inconcepibile.

Gli autori, la scrittrice indiana Enakshi Bhavnani e il fotografo del NG Volkmar Wentzel, dovettero pianificare una vera e propria esplorazione pionieristica.

Ripercorrere la dinamica concreta di quella marcia aiuta a comprendere cosa significasse viaggiare sull’Himalaya a metà del Novecento.

Gli autori: uno sguardo autentico tra penna e Kodachrome

A rendere prezioso questo documento è l’equilibrio tra chi ha scritto e chi ha fotografato:

  • Enakshi Bhavnani: Figura colta del panorama indiano, affrontò il tragitto insieme al marito, al figlio adolescente e a un’amica. Il suo diario di viaggio è privo dei filtri paternalistici tipici dei resoconti coloniali d’inizio secolo: racconta la polvere, la fatica quotidiana, la bellezza degli incontri e il timore costante dei baratri.
  • Volkmar Wentzel: Fotografo di punta della National Geographic Society, seguì la spedizione catturando immagini a colori su pellicola Kodachrome con una nitidezza straordinaria, documentando volti, architetture e cerimonie che non erano mai stati ripresi a colori.

La logistica della carovana: 550 miglia, 15 tappe e 20 pony

La spedizione partì da Srinagar per un itinerario complessivo stimato in circa 550 miglia (oltre 850 chilometri) tra andata e ritorno, interamente compiuto a piedi e a cavallo lungo sentieri di montagna.

Il viaggio richiese due mesi complessivi, organizzati su una tabella di marcia di circa quindici tappe principali, con distanze giornaliere comprese tra le 11 e le 26 miglia a seconda della pendenza e della presenza di punti d’acqua o ripari.

L’organizzazione sul campo richiese una struttura logistica imponente:

  • Il convoglio: 20 pony da soma per trasportare tende da campo, razioni di cibo, scatolame di sicurezza, coperte pesanti, bacili da campo e materiale fotografico.
  • Il personale: Cinque servitori fissi e mulattieri locali incaricati della gestione del carico e del campo.
  • Il sistema Res: Nei tratti in cui i pony non potevano proseguire, la carovana si affidava all’antico sistema del res, per cui ogni villaggio o distretto forniva a pagamento animali freschi per coprire determinate tratte di valle.
  • Le dispute sui pesi: Ogni carico doveva rientrare rigorosamente tra le 180 e le 200 libbre per animale. Le partenze all’alba erano regolarmente ritardate dalle animate discussioni con i mulattieri per calibrare e bilanciare le gerle prima di mettersi in cammino.

Dalla verde Valle del Sind ai baratri dello Zoji La

La prima parte del percorso risaliva le rigogliose vallate del Kashmir, costeggiando il fiume Sind tra pini montani, noci carichi di frutti e pascoli smeraldo.

In questa fase l’atmosfera era ancora serena: gli accampamenti a Gandarbal e Kangan si chiudevano con il tè pomeridiano e la musica diffusa dall’unico lusso concesso al bagaglio, un fonografo a manovella con cui ascoltare valzer classici all’aperto.

La vera frontiera fisica e psicologica si presentò con l’avvicinamento allo Zoji La.

La vegetazione svanì rapidamente per lasciare spazio a un paesaggio minerale, battuto da raffiche di vento gelido e pietraie instabili. I ponti erano spesso semplici passerelle di tronchi gettate su torrenti impetuosi.

Il passo e la discesa a Machhoi: superato il valico a oltre 3.400 metri, la carovana si trovò di fronte a tracce scavate nella roccia viva sopra precipizi vertiginosi.

L’autrice annota la paura costante di incidenti lungo i tratti franosi, dove ogni passo falso degli animali avrebbe significato cadute mortali nel vuoto.

Il primo incontro con il Ladakh: oltre il passo, il mondo cambiò bruscamente: l’aria divenne secca e sottile, i rilievi spogli e desertici. Fu lì che incrociarono la prima piccola carovana ladakha, guidata da dodici yak carichi di merci scortati da montanari sorridenti.

L’arrivo nella valle dell’Indo: Leh e oltre

Superati i contrafforti montuosi lungo il corso dell’Indo, la spedizione entrò in una Leh silenziosa e raccolta ai piedi del Palazzo Reale e del monastero di Namgyal Tsemo.

Era una città priva di traffico o ruote carraie, costruita in fango e mattoni crudi, dove nella via principale ombreggiata da pioppi le botteghe chiudevano per fare spazio alle partite di polo a cavallo.

Quel silenzio conviveva con il fermento dell’ultimo crocevia carovaniero dell’Asia centrale. Nel bazar, i mercanti yarkandi giunti dallo Xinjiang oltre i cinquemila metri dei passi del Karakoram srotolavano sulla terra battuta le balle di feltro grezzo (namdas), contrattandole con i compratori di Srinagar prima dell’arrivo delle nevi.

Lasciata la capitale e visitati i monasteri di Phyang e Spituk, il gruppo cavalcò per altre venticinque miglia verso sud attraverso pietraie desolate, fino alla gola appartata di Hemis.

Incastonata nella sua “valle nascosta”, il celebre Gompa ospitò i viaggiatori nel palazzo estivo dello skushok, permettendo loro di documentare a colori nel cortile le danze sacre con maschere rituali (Cham).

Un rito millenario immortalato grazie a un baratto d’altri tempi: in cambio delle riprese, ai monaci furono consegnati uno specchio da barba, torce elettriche e qualche gallone di cherosene.

Un mondo che cambiava

La spedizione di Enakshi Bhavnani e Volkmar Wentzel non fu solo un’avventura sportiva o logistica.

Fu l’ultima grande testimonianza visiva di un Ladakh ancora pienamente integrato nelle rotte carovaniere dell’Asia centrale, prima che la guerra di confine del 1962 sbarrasse per sempre i passi del Karakoram verso nord e portasse alla costruzione della prima strada militare carrabile.

Nei prossimi articoli entreremo nei dettagli visivi ed etnografici di questo numero, analizzando le immagini originali delle danze di Hemis, del bazar di Leh e delle comunità di allora.

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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