Episodio 8: Il Catai – L’Odissea verso l’Estremo e l’Ultimo Orizzonte (1341 – 1349)

L’Inizio dell’Odissea: Oltre le Mura di Delhi

Il nostro viaggio verso la Cina non fu un sentiero rettilineo, ma una prova di resistenza che durò quattro anni. Tutto ebbe inizio nel luglio del 1341, quando lasciammo Delhi. Ibn Battuta era stato nominato ambasciatore presso l’Imperatore della Cina e la nostra carovana era uno spettacolo di sfarzo: cavalli bardati, schiavi e doni preziosi. Io, a settantotto anni, cavalcavo in testa, sentendo che quella missione diplomatica sarebbe stata il sigillo della mia vita.

Ma il destino ha i suoi piani. Raggiunto il porto di Calicut, nel sud dell’India, nel 1342, la tragedia ci colpii. Una tempesta improvvisa distrusse la flotta ancorata proprio la notte prima della partenza. Ibn Battuta vide i doni del Sultano e i suoi compagni affondare nell’oceano. Per paura dell’ira del Sultano di Delhi, decidemmo di non tornare indietro, ma di proseguire verso l’ignoto.

Due anni tra Atolli e Montagne Sacre (1343 – 1344)

Prima di vedere il Catai, fummo trascinati dalle correnti verso le Isole Maldive. Lì restammo a lungo: Ibn Battuta divenne di nuovo giudice, mentre io imparavo i segreti del commercio delle conchiglie cowrie, usate come moneta in mezzo mondo. Passammo poi a Ceylon (Sri Lanka), dove, nonostante i miei ottant’anni suonati, scalai insieme a lui il Picco di Adamo. Salire su quella montagna sacra per toccare l’impronta che la leggenda attribuisce al primo uomo fu la prova definitiva della mia tempra: i miei polmoni bruciavano, ma il mio spirito era più forte della roccia.

Attraversammo poi il Bengala, “un inferno colmo di beni”, e infine giungemmo a Sumatra. Lì, il Sultano di Samudera Pasai ci fornì le giunche reali per l’ultimo balzo. Quando nel 1345 vedemmo finalmente le mura di Zaitun, non eravamo più solo ambasciatori: eravamo sopravvissuti all’imprevisto.

L’Approdo nel Futuro: Le Fortezze Galleggianti

Entrare nel porto di Zaitun (Quanzhou) nel 1346 fu come approdare in un altro secolo. La mia lezione sulla Cina iniziò a bordo delle loro Giunche. Non chiamatele navi: sono città-stato. Ibn Battuta ne contò undici tipi diversi; le più grandi avevano dodici vele di stuoia e trasportavano mille uomini.

La cosa che mi lasciò sbalordito fu la loro ingegneria: lo scafo è diviso in compartimenti stagni. Se una parte si allaga contro una roccia, il resto della nave rimane asciutto. Una genialità che in Occidente sogneremo per secoli. E la vita a bordo? Ogni marinaio ha la sua cabina privata e sui ponti l’equipaggio coltiva verdure, zenzero e piante in vasi di legno. Mangiare insalata fresca in mezzo all’oceano: lì capii che la Cina viveva in un’altra epoca.

L’Occhio dell’Impero: Burocrazia e Carta Moneta

Appena sbarcati, a ottantadue anni, fui sottoposto a un controllo di una precisione inquietante. Funzionari in seta registrarono ogni nostra moneta. Ma l’aneddoto più incredibile fu quello dei pittori di corte. Prima di lasciarci uscire dal porto, degli artisti ci osservarono intensamente. Poco dopo, i nostri ritratti erano affissi alle porte della città: se un forestiero avesse commesso un crimine, ogni guardia dell’Impero avrebbe saputo riconoscerlo.

Nei mercati, dovetti resettare la mia logica: qui l’oro non circola, usano la carta moneta. Pezzi di carta bollati dal Gran Khan che valgono fortune. Ibn Battuta notò anche come persino i mendicanti indossassero vesti di seta, perché lì costava meno del lino. Mi fermai a osservare la produzione della porcellana: vasi così sottili da essere trasparenti, nati da una terra lasciata a raffinarsi per decenni. Una lezione di pazienza e alchimia.

Khanbaliq e l’Incontro con l’Immortale

Risalendo il Grande Canale, un’opera artificiale che sfida l’immaginazione, raggiungemmo Khanbaliq (Pechino). Fui ricevuto alla corte di Toghon Temür, l’ultimo imperatore Yuan. Il Khan sedeva su un trono di giada, un sovrano che governava con un’autorità che pareva emanare direttamente dal cielo. Per lui, noi eravamo solo “barbari” curiosi provenienti da un mondo meno evoluto.

Vicino a Hangzhou, vivemmo però l’incontro più profondo: un eremita in una grotta che si diceva avesse superato i duecento anni. Non sembrava un vecchio prossimo alla fine, ma un uomo benedetto dal tempo. Ci guardò e ci definì “viaggiatori benedetti dal movimento”. In quell’uomo vidi la conferma della mia vita: il segreto non è fermarsi, ma lasciare che lo spirito continui a correre. Se lui ha vissuto due secoli nutrendosi di preghiera, io potevo certamente vederne un altro nutrendomi di strade.

Il Ritorno e l’Ombra della Morte (1346 – 1349)

Ma proprio lì, nel punto più lontano, sentimmo che la missione era compiuta. Iniziò il viaggio a ritroso: Sumatra, l’India, il Golfo Persico. Nel 1348, mentre attraversavamo il Medio Oriente, incontrammo l’unica forza che il Gran Khan non poteva fermare: la Peste Nera. Abbiamo camminato tra città fantasma dove la morte regnava sovrana, ma la sorte ci tenne miracolosamente in vita.

Siamo rientrati in Marocco, a Fez, nel 1349. Avevo ottantasei anni. Vidi Ibn Battuta sedersi per iniziare a dettare la sua Rihla. Lo osservavo mentre le sue parole diventavano inchiostro, fissando per l’eternità i 120.000 chilometri percorsi insieme.

L’ultima riflessione di Arrico

“Ottantasei anni. Le mie ossa portano il peso del mondo, ma la mia mente è ancora su quel molo di Tangeri dove tutto ebbe inizio nel 1325. Mi chiedono: ‘Arrico, ne è valsa la pena?’.

Rispondo guardando le mie mani: sono segnate dal sole delle Maldive e dalla seta della Cina. Non possiedo oro, ma possiedo il ricordo di ogni tramonto visto dal Picco di Adamo al Mar Cinese. Ho visto che non c’è differenza tra gli uomini quando si divide il pane sulla strada.

La mia storia scritta finisce qui, tra le mura di Fez. Ma la storia di chi viaggia non finisce mai davvero. Il mio viaggio nel tempo si ferma. Il vostro, nel mondo reale, è appena iniziato.”

Nota storica: Il tragitto attraverso le Maldive, Ceylon e Sumatra, così come i dettagli tecnici sulle giunche e il sistema burocratico cinese, sono riportati con precisione nella Rihla di Ibn Battuta. Arrico chiude il racconto come ponte tra la cronaca e l’esperienza umana.

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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