UTTARAKHAND & KASHMIR: Sorgenti, Alte Montagne e Spiritualità by Oscar

Un intenso diario di viaggio che ricevo dall’amico Oscar Sicilia.
Mi fa piacere riproporre qui su Life’s a Journey il suo minuzioso e intenso diario. Grazie Oscar per averlo condiviso con noi tutti!

 

UTTARAKHAND & KASHMIR: Sorgenti,Alte Montagne e Spiritualità

Mi trovo nell’Himalaya indiano, vicino al confine con Cina, Tibet e Pakistan, nelle regioni dell’Uttarakhand e del Kashmir.

La prima e la seconda volta che sono stato in India mi ero ripromesso di non tornarci più, perché viaggiare in questo paese è tutt’altro che una vacanza.

L’india è caotica, sporca, inquinata, sovraffollata, rumorosa, imprevedibile, incomprensibile, spesso incivile, con una povertà/degrado che ti vien messa crudamente davanti agli occhi. Malgrado ciò il richiamo amico e spirituale verso questo paese supera ogni logica.

Un viaggio in India (culla della spiritualità) è anche un viaggio interiore, una scuola di vita,  che ti mette fortemente in discussione ed alla prova a livello umano. Si passa facilmente da uno stato d’animo all’altro. Gli indiani possono ispirare, esasperare, entusiasmare e confondere allo stesso tempo. Detto ciò, conviene lasciarsi trasportare il più possibile dalla “corrente”.

Nei precedenti lunghi viaggi, ricordo bene quando in presenza di maestri spirituali, asceti, luoghi sacri ed energetici o in circostanze apparentemente banali, mi sono ritrovato in uno stato di grazia a piangere per la semplice gioia di essere, di respirare, di camminare, di ammirare un volto o un fiore senza catalogarlo.

Quante volte ho percepito la sacralità nei semplici gesti o stati di beatitudine ed estasi dove niente era più importante ma ogni singolo secondo era intenso e pieno. La mente razionale e l’ego si mettevano da parte ed esisteva solo il momento presente e l’unità con il creato.

Gli indiani sono molto devoti e fedeli alla loro religione, il che fa pensare che siano anche spirituali. In realtà circa il 4% della popolazione pratica veramente un vero e profondo cammino spirituale. Gli altri seguono semplicemente una spiritualità di superficie fatta di riti e cerimonie, quasi di consolazione (perdona il termine) data dalla tradizione e cultura.

A proposito di cultura: in India, nei luoghi pubblici è normale, sputare, ruttare, scoreggiare, soffiare il naso con le mani, tirar su di gola, oppure defecare o urinare a bordo strada.

Arrivato a New Delhi il 30 aprile 2018, ho subito preso un bus che mi ha portato ad Haridwar, città famosa perché attraversata dal fiume sacro Gange. Mentre cammino alla ricerca di un hotel, lungo le affollate e clacsonate strade cittadine, schivando auto, moto, mucche, rischiò, puzza di cumuli di spazzatura che brucia, cani randagi, procacciatori di hotel o souvenir, file di mani tese a mendicare, fogne a cielo aperto, molti occhi curiosi sono puntati su di me e sul mio pesante zaino da 23 chili, contente anche attrezzatura alpinistica.

Dopo 3 ore di ricerca riesco a trovare un ”hotel” la cui camera non da sulla strada e con una finestra. Sulle lenzuola qua e la macchiate c’è ancora qualche capello-pelo dell’ultimo “inquilino”, i muri crepati e macchiati sembrano un quadro astratto di Pollock, la presa della corrente è un pendolo che ciondola lungo il muro perché il rumoroso e obsoleto ventilatore a soffitto è acceso. In bagno la doccia non funziona, il lavandino e il wc davanti ad un occidentale si vergognano della loro condizione d’igiene ed il wc, legato con il filo di ferro, è imbarazzato davanti ad un ex idraulico. Perlomeno c’è un secchio per potersi lavare e la mancanza dell’acqua calda non è un problema visto i 34 gradi esterni. D’altronde lo staff dell’hotel è composto da ragazzini di 15 anni, che hanno ben imparato la parola, “tip Sir” (mancia signore). Forse troverei di meglio ma non ho più energie per cercare, per me è più importante la quiete notturna ed una finestra con la vista che il resto.

I giorni seguenti li passo lungo le rive del Gange, dove gli indiani vengono per fare un bagno purificatorio.

Anch’io finalmente mi immergo nel Gange, non solo per “purificarmi” ma anche per trovare un po’ di frescura.

Qualche hanno fa mi trovavo a Calcutta, dove il Gange sfocia nell’oceano Indiano, poi risalendo il fiume mi ero fermato alla città santa di Varanasi, dove vengono cremati i corpi e gettate le ceneri nel fiume. Oggi sono ad Haridwar perché come un pellegrino voglio risalire il fiume facendo tappa a Riskikesh, Gangotri e poi fare il trekking di 3 giorni fino al ghiacciaio dove nasce il Gange.

Passeggiando per la città, talvolta vengo fermato da ragazzi che molto simpaticamente, a turno, vogliono fare selfie con me. Alcuni adulti invece mi fermano, mi danno la mano o si siedono vicino perché vogliono sapere da dove vengo, che lavoro svolgo, dove vado, se sono sposato, se ho figli………..

Lungo le rive del Gange tutti i giorni sembra come da noi il primo di agosto. Bambini, adulti, ragazzini, anziani, teenager, tutti praticano il loro rito purificatorio di bagnarsi con molta enfasi e dedizione, in segno di gratitudine. Altri si fanno fare la Puja dal “sacerdote”, rito di adorazione che consiste nel chiedere una benedizione e buoni auspici offrendo al Gange dei fiori.

Camminare per strada è un’esperienza molto intensa. Tutti i giorni, in termini di traffico e clacson, sembra come da noi quando l’Italia vinceva i mondiali. La vita delle persone scorre al 90% all’esterno e sembra d’essere in un film con una scenografia come cent’anni fa da noi. Per strada, il barbiere fa barba e capelli, passeggiano le mucche, il fruttivendolo con il suo carretto pesa la verdura con la bilancia con i pesi, il calzolaio per terra ripara scarpe, il ragazzo vende succhi di canna da zucchero pressato a mano, il “meccanico” ripara l’auto a bordo strada con attrezzi rudimentali, l’anziano stira le camicie con il ferro da stiro a carbone, la mamma lava il suo piccolo alla fontana che viene pompata a mano, addirittura il “fornaio” che con il suo carretto sforna biscotti appena cotti nel suo forno a legna ambulante, oppure il pulisci orecchie ambulante, il lattaio che consegna il latte in bicicletta, e nei campi la terra viene arata con i buoi.

Nel frattempo mi “prendo” una diarrea che durerà 3 giorni, ma nel contesto in cui mi trovo è normale. Qui anche solo lavare i denti con l’acqua del rubinetto è un rischio.

Mi trovo alla stazione dei bus per andare a Rischikesh. Come al solito c’è un affollamento surreale di gente che sgomita alla rincorsa del bus. In lontananza noto un europeo in difficoltà. Mi avvicino e gli chiedo come va. Mi risponde che alla stazione, il treno per Rischikesh ha 4 ore di ritardo e che è da 30 minuti che chiede informazioni  per andare a Rischikesh con il bus, ma ognuno lo manda in posti ed orari diversi. Davanti a noi c’è un bus semi vuoto e alla mia domanda all’autista, se va a Rischikesh, mi risponde affermativo, saliamo al volo e per sicurezza domandiamo anche ai passeggeri, comunque non sempre va cosi liscio.

Da queste parti fa piacere vedere un occidentale (Sloveno). Dusan quest’anno è venuto a Rischikesh per girare un documentario sulla vita dei Sadhu (asceti) a Rischikesh. Facciamo subito amicizia ed a cena ci rilassiamo parlando delle nostre esperienze in India.

Rischikes è diventata famosa soprattutto negli anni ‘60 quando i Beatles ci soggiornarono e scrissero alcune canzoni contenute nell’album “White Album”. Per anni è stata meta di Hippy. Oggi è la capitale mondiale dello Yoga. La città attraversata dal Gange, pullula di scuole di Yoga, centri di meditazione, Asham (equivalente del monastero o convento) e molti Guru, Yogi, Sadhu (asceti), o devoti vivono sulle rive del Gange. La via principale è caotica e disseminata di negozi, ristoranti e bar, ma lungo il fiume, ove regna la quiete, Rischikesh mantiene un’aurea di misticismo e fascino unico nel suo genere. Vi s’incontrano Sadhu (asceti), Guru, maestri spirituali, insegnanti yoga e personaggi interessanti e bizzarri. Tutte le sere, nei templi lungo le rive del Gange, vengono celebrate pittoresche cerimonie sacre e riti devozionali a cui gli indiani partecipano con molta enfasi.

Parto alla volta di Gangotri, piccolo paese di montagna a 3000 metri, meta ambitissima da pellegrini, asceti, yogi e indiani che vengono a far il rituale bagno nelle gelide acque del Gange e pregare nel tempio. Durante il viaggio di 11 ore (con la jeep condivisa) faccio conoscenza di Sandeep, un giovane indiano di Bengalore ed altri simpatici indiani. Sulla jeep si chiacchiera, si scherza e si cerca di sdrammatizzare. Si perché percorrendo la stretta e tortuosa strada di montagna che porta a Gangotri, la jeep spesso s’incrocia con altri veicoli e passa a pochi centimetri dal bordo strada senza protezione. Se si ha il coraggio di guardare giù, c’è un abisso, e credo che ognuno faccia appello a qualche santo affinché l’autista non sbagli una curva.

Arriviamo a Gangotri mentre nevischia, è appena andata via la corrente e fa parecchio freddo. Lascio cercare un alloggio a Sandeep che parla indiano.

Il giorno dopo compriamo il permesso per entrare nel parco e per raggiungere (2 giorni di cammino) Gamouk, che significa bocca del ghiacciaio, ovvero dove sorge il Gange.

La lunga burocrazia per ottenere il permesso ci fa perdere tempo. Ci incamminiamo sotto un bel sole che inizia a sciogliere la neve di ieri. Sandeep ed io, interrompiamo i nostri lunghi silenzi parlando di noi, dell’India, dell’europa, delle nostre vite, del perché siamo qui. Siamo allegri e spensierati, circondati dalle vette dell’himalaya indiano appena imbiancate. Dopo 3 ore di marcia, il fianco della montagna che stiamo attraversando, diventa molto instabile e franoso tra una rientranza e l’altra. Entriamo nella zona critica con molta palpitazione. La neve che si sta sciogliendo provoca un’alternata caduta di sassi in ogni rientranza. Accidenti, se non avessimo perso tutto quel tempo per il permesso, saremmo passati prima che il caldo arrivasse a sciogliere la neve. Ma ormai siamo qui e non manca molto.

Aspettiamo che smetta e camminiamo veloce per c.a. 10 minuti fino al prossimo punto sporgente e sicuro e prendiamo fiato, siamo a 3700 metri. Saranno ancora 4 o 5 le rientranze franose da passare. Aspettiamo che la montagna si “scarichi” e corriamo di nuovo. All’inizio della 4 corsa, accidenti sento che mi scappa la popò. Cerco di resistere, di correre, di non pensare, di invocare qualche divinità locale, ma niente da fare. Quando in India ti scappa la popò, chissà perché c’è poco da aspettare. Me la sto facendo addosso, in tutti i sensi. Tra una rientranza e l’altra la fortuna vuole che ci sia un enorme masso dove mi accuccio e mentre mi “libero”, osservato dalle candide montagne, alla mia destra e sinistra è un continuo fiondare di sassi, taluni grandi come una testa. Dopo un attimo di tregua, riprendo a correre e raggiungo Sandeep al sicuro.

Il giorno dopo, costeggiamo il fiume Gange e raggiungiamo finalmente Gamouk, dove dal ghiacciaio dovrebbe sorgere il Gange. Ma invece il ghiacciaio si è ritirato e si vede solo il Gange scorrere. Rimaniamo in adorazione e contemplazione, circondati da montagne di 7000 metri, di cui la sacra e magnifica montagna Schivling, cui si dice abbia un coscienza elevata. La ammiro, e ogni volta rimango toccato dalla sua energia che definirei divina e penetrante.

7 giorni dopo io e Seilesh, un maestro yoga che lavora nell’Asham (monastero) dove soggiorno, ci incamminiamo di nuovo verso Gamouk. Voglio ritornare perché sento che mi manca qualcosa, e Seilesh, non c’è mai stato. Ricompro il permesso per Gamouk che ti autorizza solo fino a li e non oltre e partiamo spediti. Seilesh è un simpatico indiano di 25 anni, Brahamino, maestro di yoga, molto colto e profondamente in un cammino spirituale da anni.

Quando arriviamo a Gamouk, anche a Seilesh manca qualcosa. La bocca del Gange, il ghiacciaio e la sua sorgente!!! Dove sono? Gli dico che il ghiacciao si è ritirato, ora è 3 km più in su ma il permesso non ci autorizza a continuare. Si ma il permesso è per Gamouk, la bocca del ghiacciaio, ribatte lui. Si una volta il ghiacciaio arrivava fin qui dove siamo ora, ribadisco io. Si Oscar ok, ma noi continuamo comunque, al diavolo il permesso. Ma Seielesh se ci vedono oltre c’è la multa di 350 dollari e poi………… Oscar andiamo, corriamo. Aspetta Seilesh….. Non faccio in tempo a riflettere ne con lui o con me, Seilesh stà già risalendo il pendio in direzione del ghiacciaio……io lo seguo, al diavolo il permesso e la multa.

Camminiamo in silenzio, la montagna Shivling si illumina all’alba, una meraviglia della natura, ci osserva, forse ci parla, ogni tanto mi fermo, la guardo ,il cuore si “apre”e mi commuovo, vorrei accarezzarla, essere sulla sua cima.

Ma devo concentrarmi sul sentierino molto esposto e scosceso, un passo falso e finisci nel gelido fiume. Dietro di noi sta venendo anche un Sadhu (asceta) vestito di nero con delle semplici infradito! Mi domando come faccia, su un terreno cosi impervio.

Terminato il sentiero, dobbiamo districarci tra massi grandi come auto in un continuo sali scendi e finalmente eccoci ai piedi del ghiacciao a 4000 metri, al centro di esso, da una parete di ghiaccio alta 30 metri, alla base nasce, sorge il fiume sacro Gange. Siamo da soli, l’unico suono è il dolce e fragoroso fruscio del piccolo fiume Gange. Con sacralità facciamo un rito di gratitudine, ci abbandoniamo, ci abbracciamo e mi scende qualche lacrima di ringraziamento verso Sailesh che mi ha incoraggiato a venir fin qui.

Dalla foce alla sorgente, dall’oceano indiano alle montagne himalayane, un viaggio dentro il viaggio. Mentre siamo in meditazione arriva il Sadhu (asceta) che tra un rito e l’altro fa addirittura il bagno nell’acqua gelidissima.

“-Seilesh, saliamo sopra il ghiacciaio e andiamo a Tapovan ai piedi dello Shivling, ci vorranno 2 ore”!-.

“-Ma Oscar, non abbiamo il permesso, ed a Tapovan ci potrebbe essere i Ranger che controllano-“. “-Sailesh, li sopra a 4500 m. c’è soltanto un asceta, un vero asceta che vive in ritiro da anni, vorrei tanto conoscerlo ed avvicinarmi allo Shivling, e poi ormai siamo già “fuorilegge”,tanto vale-“.

“-Ma Oscar, e la multa….?….-“. Io mi incammino e Sailesh fa altrettanto.

Saliamo sul ghiacciaio ed iniziamo a percorrerlo. Camminiamo per un’ora sul ghiacciaio, giocosamente zigzagando tra massi enormi, in un ubriacante e faticoso saliscendi, quasi a cavalcare un oceano agitato. Camminiamo in silenzio, forse in trance, ipnotizzati alla vista della sacra montagna Shivling. Dopo 2 ore raggiungiamo un promontorio e ci fermiamo. Rimango sorpreso per lo scenario che si presenta. Davanti a noi una distesa di ghiaccio che si perde all’orizzonte. Osservo la cartina, l’altimetro mi segna 4400 m, strano, dovremmo vedere Tapovan. Accidenti abbiamo ratato il sentierino che sale a bordo ghiacciaio. Non siamo a Tapovan, ma siamo in mezzo al nulla e al contempo con una sensazione di pienezza. Abbiamo sbagliato via, ma va bene cosi.

Siamo in Himalaya, in un luogo cosi remoto, selvaggio, nella totale solitudine, un silenzio assoluto ci riempie, forse mai nessuno è stato qui, ci sentiamo piccoli e persi, ma al contempo forti ed accolti al cospetto di una cosi immensa vastità.

Al ritorno, siccome ci siamo attardati, prendiamo una scorciatoia e fortunatamente troviamo un punto dove acrobaticamente guadiamo il fiume. Arriviamo al posto di controllo ed i ranger (guardia parchi), forse sospettando qualcosa, ci domandano.

-.Siete andati oltre la zona permessa? Avete visto qualcuno oltrepassarla? Secondo voi è possibile arrivar su fino al ghiacciaio? È possibile attraversare il fiume?-. Gentilmente rispondiamo no e corriamo in paese! Tornando all’Asrham (monastero) sono in molti a voler saper della nostra scorribanda su al ghiacciaio. La sera stessa, improvvisiamo una conferenza con tanto di foto al computer.

Nel frattempo sento di voler rimaner a Gangotri ancora un po’, d’altronde avendo 3-4 mesi di tempo, non pianifico e non prenoto nulla (non so nemmeno quando tornerò a casa). Se sento che un luogo mi ispira, ci rimango più a lungo.

Mi godo la vita di paese, facendo amicizie sia all’Asrham (monastero) che fuori. In particolare Robert, un californiano che vive in India da anni, un aspirante maestro spirituale direi, profondamente alla ricerca dell’auto realizzazione, lui e Seilesh diventeranno il mio riferimento per tutte le domande sull’India e sulla spiritualità.

In paese s’incontrano molti simpatici e pittoreschi asceti che spesso chiedono soldi, ma quelli veri e/o realizzati, vivono isolati e non chiedono mai denaro.

Le montagne attorno a Gangotri si dice siano permeate da una coscienza ed una vibrazione molto alta e pura, (lo Shivling in particolare) data dai maestri illuminati che hanno vissuto e meditato nelle grotte o lungo il fiume per millenni, i quali spiriti risiedono oggi nelle rocce. L’acqua del fiume “cattura” tali vibrazioni alte e pure, più la consapevolezza, la devozione la fiducia è alta, maggiore sarà il beneficio dato dal bagnarsi nel Gange (l’acqua ha una sua memoria cellulare). Quando l’ho saputo ho capito perché sono rimasto 31 giorni a Gangotri, invece dei 6 ipotizzati!

Un pomeriggio stavo andando a fare il rituale bagno nel Gange, quando mi sento prendere per mano da Mathu, un signore che avevo conosciuto a Gangotri. Mathu, di corporatura magra, colpiva per il suo volto segnato dalle profonde rughe, date dal duro lavoro come portatore su e giù per la montagna. Qualche settimana prima mi si era avvicinato e gli avevo dato del denaro, perché, con molta discrezione, mi aveva fatto capire che non c’era lavoro e che aveva fame.

Sapevo poco di Mathu, anche perché parlava poche parole di inglese. Non credo avesse una casa, una famiglia, abbastanza cibo o denaro. Girava sempre con gli stessi vestiti sporchi e le scarpe consumate, ma quello che mi colpiva più di tutto era il suo sorriso, la sua innocenza tipica dei bambini e la sua serenità interiore. Mathu mi prende per mano e mi dice Panda-Gufa! Panda Gufa è una caverna dove vive un asceta da anni e da tempo volevo andarci ma continuavo a rimandare perché sapevo che ci andava tanta gente.

Arriviamo alla caverna, Mathu rimane fuori ed entro. La caverna è talmente grande, buia e bassa che inizialmente non vedo nessun asceta. Cammino qualche metro e poi improvvisamente dal buio e dal silenzio appare un abbaglio, poi un altro  e poi una fiammella e davanti a me di colpo appare Gufa l’asceta. Tranquillo non è una delle mie magie, è lui che sta accendendo il fuoco. La luce del fuoco fa lentamente illuminare Gufa e la sua lunga barba bianca. Prende del zenzero, lo batte con un sasso,  ed assieme ad una spezia lo versa nell’acqua che mette sulla fiamma. Ci scambiamo poche parole in quanto Gufa non parla inglese, poi osservo in silenzio i suoi gesti, ci beviamo il thè allo zenzero e mi offre un dolce tipico indiano. Il fuoco si è spento e Gufa si adopera per ravvivarlo. Nel frattempo prende un pezzo di legno, ne estrae una scheggia ed inizia a pulire gli spazi interdentali. Gufa continua a curare il fuoco, siamo in silenzio da 20 minuti, ma tale mutismo non mi imbarazza, mi godo questo momento privilegiato e rifletto su come può essere semplice la vita.

Il giorno prima ero stato invitato da Ghiri a pranzo, un altro asceta che vive a bordo fiume in un capanno.

Sul fuoco mi cucinò lenticchie, riso, verdure e chapati ( simile alla piadina). Ghiri aveva il sorriso stampato sul volto e trasmetteva una grande pace. Nel suo limitato inglese mi disse: “-più cose materiali hai, più devi occuparti o preoccuparti di mantenerle-“, oppure, “-simple life, happy life (vita semplice uguale vita felice)-“.Credo che i pochissimi soldi che servono per vivere a Ghiri ed a Gufa, provengano dalle offerte di chi li visita.

Ghiri mi fece capire che tramite la fede, l’esistenza ti da quello che ti serve per vivere.

In India capita d’incontrare persone molto semplici, modeste e, perdona il termine, quasi primitive che s’intuisce che non hanno quasi nulla, che vivono “all’aperto”, alla giornata, (non intendo per forza i mendicanti) ma interagendo con alcuni di essi, taluni mi trasmettevano un senso di pace e  serenità d’animo accompagnato da dei sorrisi molto intensi e genuini che mai mi sarei aspettato visto la loro condizione.

Tali persone sono probabilmente sereni perché vivono maggiormente in sintonia con la natura, ovvero all’aperto e con dei ritmi e stili di vita ben diversi dai nostri.

Nella loro innocenza o ingenuità probabilmente non hanno il condizionamento mentale della dualità (giusto-sbagliato, bello-brutto) o di dover possedere questo o quello e non hanno chissà quali ambizioni e se comunque arriva qualcosa, come bambini, sanno gioire delle cose semplici. Simply life, happy life, diceva Ghiri.

A Gangotri faccio anche amicizia con Dandri, un negoziante, padre di 2 figli, cui mi recavo per acquisti. Ammetto che ogni volta che mi “serviva”, mi intenerivo e mi commuovevo per la sua estrema amabilità, gentilezza e autenticità. Quando mi vedeva mi salutava unendo le mani a mo’ di preghiera, mi dava il resto dei soldi con una mano e con l’altra mano teneva il gomito che dava il denaro (in segno di gratitudine “uso” non solo una mano per dare o restituire) e si congedava da me mettendo una mano sul cuore. Un giorno entro in negozio e mi abbraccia, fa portare da Mukki, suo figlio,2 caffè e si concede una pausa con me.

Mukki, 26enne, simile al padre in quanto ad attitudine, siccome parla bene inglese, mi intrattenevo spesso anche con lui, il quale gestisce insieme allo zio uno dei migliori ristoranti di Gangotri, il Ganga Putra. Quando Mukki seppe della mia imminente partenza mi disse che mi voleva invitare a cena nel suo ristorante. Ero impressionato da tale attenzione, dissi a Mukki che però per l’ultima mia sera a Gangotri sarei uscito a cena con 3 amici italiani. Mukki mi rispose che anche i miei compagni erano benvenuti da lui a cena. Io ed i miei amici eravamo senza parole……

L’ultima sera, Giulia, Francesca, Gianfranco ed io, dopo aver cenato al Ganga Putra, andammo al negozio di Mukki per ringraziarlo. Mukki ci sorprese ancora una volta. Ad ognuno di noi regalò un souvenir con tanto di dedica!!!

Il giorno che lascio Gangotri mi sento “diviso in due” per via di Lolita Ma, una donna asceta, che definirei realizzata, che avevo conosciuto gli ultimi 3 giorni. Una parte di me vuole continuare il viaggio verso il Ladakh, nella regione Buddista, mentre l’altra parte vuole stare il più possibile in presenza di Lolita Ma, capace di ricordarci la nostra natura divina e ascoltare le sue semplice ma profonde parole sulla verità.

Ma di lei e della mia imminente scalata in solitaria ai 6120 metri dello Stok Kangri ti racconterò nel prossimo episodio.

Un caro saluto dall’India,   Oscar Sicilia


Oscar mi ha mandato anche tante bellissime foto (qui una piccola selezione); chi interessato per informazioni sul viaggio di Oscar, mi può scrivere in privato e lo metto in contatto.

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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