La montagna che aspetta, salita allo Stok Kangri by M.Stefani

Svetta imponente davanti a Leh, in Ladakh, lo Stok Kangri..ci sorveglia, ci indica la direzione ma soprattutto ci protegge.

Questo bellissimo racconto dell’amico Mario Stefani, presidente dell’associazione orient@menti , (ne ho parlato in questo mio post) ci fa vivere le emozioni dell’ascesa…

LA MONTAGNA CHE ASPETTA…

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Lo Stok Kangri (6153 mt) è la montagna di Leh, affacciata sulla Valle dell’Indo, quasi a proteggere la zona circostante. La si vede arrivando in aereo, la si ammira stando seduto a sorseggiare un the da qualsiasi terrazza della città, la si osserva dallo Schanti Stupa.. e mi sono chiesto: quando mi lascerà salire?

Da qualche anno arrivando a Leh osservavo le montagne ma in particolare lo Stock Kangri, forse perchè mi appariva più alta, forse perchè era esteticamente la più bella… inconfondibile e invitante.

La montagna di per se non comporta difficoltà tecniche ma l’ambiente non va sottovalutato per i suoi rischi: la quota, un semplice e repentino cambio delle condizioni atmosferiche, l’escursione termica e la mancanza di soccorsi. Qui l’eliccottero non è ancora di moda.

E’ agosto 2014, sono a Leh,inaspettatamente incontro Taschi al bazar, lo saluto calorosamente e andiamo a bere una birra insieme. Taschi è una guida locale, è stata la mia guida in un trekking l’anno precedente, conosce tutte le montagne di queste parti, accompagna gruppi di alpinisti o trekker per tutto il Ladakh con passione e professionalità.

Gli chiedo se è disponibile ad accompagnarmi sulla “montagna”. Mi risponde di si, ma non subito, domani deve accompagnare un gruppo nella Marca Valley e, al suo rientro, ci accorderemo sul da farsi.

Per ora il tempo è bello e fa ben sperare una magnifica salita, intanto mi alleno .

Cinque giorni dopo ci sentiamo telefonicamente, è tutto ok, domani possiamo provare a salire.

Un taxi mi accompagna fino a Matho, trovo Taschi seduto davanti a un baraccotto mentre sorseggia un the, una signora compila il permesso di salita, segna i miei dati su un quaderno copiandoli dal passaporto, è tutto pronto… si va!

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Avevo preparato lo zaino in tutti i dettagli, pila frontale, guanti,pile, sovrapantaloni, sacco a pelo, giacca a vento, ecc.

La valle che risaliamo è selvaggia, fa ancora molto caldo; alla nostra destra un torrente ci accompagna rumorosamente e qualche yak pascola indisturbato cercando la rara erba tra le pietre.

Strada facendo incontriamo carovane di cavalli seguiti da trekker, il tempo è buono anche se le nuvole scorrono veloci sopra di noi, ispirando nella nostra mente qualche preoccupazione per i giorni a venire.

Avevo chiesto a Taschi di essere una spedizione leggera, sapevo di essere allenato e acclimatato, condizione indispensabile per salire a 6000 metri. Il passo è lento e cadenzato per non sprecare le nostre energie. Dopo cinque ore arriviamo al primo campo, qui ci fermeremo. Una grande tenda di giovani Laddaki fa da cucina, ristorante,bar,rifugio… di tutto un po. Altri alpinisti sono già seduti con una minestra, ci sono piccole tende già montate, mi sistemo e mi riposo.

Siamo a 4600 metri, sto bene, il nostro sguardo osserva il cielo e quelle nuvole che insistono ad accompagnarci. Domani vogliamo arrivare al campo base e a mezzanotte partire per la vetta, così decidiamo di ritirarci nelle nostre tende. La notte passa velocemente, solo il vento canta tutta la notte, sferzando la tenda e le bandiere della preghiera stese sui cavi della tenda. Alle sette siamo pronti, anche le nuvole continuano ad accompagnarci.

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La seconda parte della salita è un po più ripida del primo giorno, ma ben tracciata. La respirazione va dosata con il ritmo del proprio passo, l’ambiente è severo e il torrente è diventato poco più che un ruscello; marmotte e qualche ibex ci osservano salire con palpabile aria di sufficenza.

Il campo base è uno spiazzo a 5000 metri che ospita una decina di tende colorate. La tenda più grande fa da cucina, come l’altra, siamo una decina di alpinisti, inglesi,italiani,francesi,indiani e un gruppetto di coreani. Nella grande tenda un’alpinista sta male, deve essere portato velocemente a valle, a malapena si trova un cavallo per trasportarlo indietro con la rapidità dovuta…. Mentre il gruppo di soccorso improvvisato si mette in marcia inizia a nevicare.

Sono preoccupato e teso, ma concentrato quanto serve. Poche ore ci separano dalla mezzanotte, meglio andare a riposare un po’. Rimango nel mio sacco a pelo ascoltando il vento.

Riposo vestito, la pila frontale vicino, la mezzanotte arriva in un lampo. Mi alzo, le nuvole non ci hanno abbandonato nemmeno per un’attimo. Taschi mi porta un bicchiere di the, la sua pila frontale accesa non mi permette di vedere il suo volto, sicuramente perplesso, meglio così. Sono pronto. Cinque lampade frontali sono già in movimento almeno da 20 minuti, le vedo avanzare lentamente nella notte, tra cielo e terra… mi sembrano in volo, ora tocca a noi.

La salita è da subito ripida, la pila frontale illumina i miei scarponi e i talloni di Taschi, dopo un’ora affrontiamo la parte terminale del ghiacciaio, dobbiamo fermarci e incalzare i ramponi. Qui c’è ghiaccio, forse anche qualche crepaccio, il percorso diventa impegnativo, siamo a 5500 metri, ho un’attimo di crisi, vomito il the (lo so che mi succede così) mi riprendo e proseguiamo la salita che si fa sempre più ripida. So che mancano poco più di 500 metri, gli alpinisti partiti prima di noi sono fermi, li sento parlare sono italiani; continuiamo la nostra salita in silenzio. Li superiamo, uno di loro vuole mollare ma gli altri lo incoraggiano a proseguire.

Noi continuiamo, tutto ok, solo le nuvole ci tengono compagnia e alcuni passaggi sono molto delicati per via del ghiaccio,ma sento che ci siamo. Ancora una sferzata di volontà e siamo in cima. Sono le sette, nevica, mi ero promesso una fotografia di Leh dallo Stok Kangri é l’unico rammarico.

Sono commosso, abbraccio Tashi non è più una guida locale è un’amico. Arrivano anche quattro italiani e uno spagnolo, ci salutiamo velocemente, una foto e giù verso il campo base. La discesa non è mai banale, a volte più difficile. Mai mollare la concentrazione. Sono felice, nella tormenta guardo Tashi affaticato come me.

Al campo base ci accolgono con un applauso per la nostra velocità, complimenti e coca-cola nella grande tenda.

Fuori è tutto bianco. Chiedo a Tashi di scendere ancora per toglierci da quella tormenta, visto che stiamo bene. Salutiamo e scendiamo.

Tre ore e finalmente siamo in tenda… non nevica più,non piove, ma ormai non importa più nulla. Dopo una minestra vado a dormire. Il giorno seguente guardo la montagna completamente imbiancata, ci sono sole e nuvole, e ci siamo noi, sereni e felici. La montagna si è lasciata “salire”!

  

 N.B. Lo Stok Angri 6.153 metri è una salita tecnicamente facile se in ottime condizioni, sia meteo che di innevamento. Con questo mai sottovalutare i rischi: il primo pericolo è il mal di montagna dovuto alla quota, un buon acclimatamento può evitare qualsiasi disturbo. Nel caso si fosse colpiti dal mal di montagna è consigliato scendere immediatamente ai primi sintomi. Bere abbondantemente previene la disidtratazione e alimentarsi moderatamente aiuta una facile digestione a quelle quote. Per la salita sono consigliati ramponi e picozza. Molte agenzie di Leh propongono la salita con guida locale in 5/6 giorni, ma se si è ben acclimatati ne bastano 3, al massimo 4. Obbligatorio è il pagamento del permesso per la salita, pena una multa salata.

Buona salita!   Mario Stefani.

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Grazie Mario per il bellissimo racconto..

@genrico@

Vagabondo per natura, cittadino del mondo,appassionato di viaggi,reportage,fotografia, cultura asiatica e tibetana. Pagina ufficiale pubblica su facebook: https://www.facebook.com/lavitaeunviaggio

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